Stato della giustizia nel distretto

Rapporto sullo stato della Giustizia ed organizzazione nel distretto di Potenza

Una riflessione sulla giustizia che ruoti sulla sua concezione come servizio, e che pertanto si muova nella inevitabile prospettiva di verificarne l’efficienza, impone innanzi tutto verificarne i tempi di realizzazione, secondo uno schema che significativamente trova oggi tutela costituzionale nella nuova formulazione dell’art. 111 della nostra Costituzione.
A tal riguardo non sarà superfluo forse ricordare come, secondo un convincimento profondamente diffuso, la lentezza dei processi costituisca uno dei principali freni allo sviluppo produttivo dell’Italia, generando incertezza negli scambi e scoraggiando gli investitori. Come pure è stato già osservato, con le sue pronunce, oltre che con i tempi e i modi del suo processo, il giudice può accrescere le incertezze in un quadro normativo già di per sé complesso; può far valere interpretazioni restrittive o formalistiche; può costituire un fattore di rallentamento, se non di arresto della crescita. O al contrario può apportare un contributo di semplificazione; può favorire l’attuazione e l’accelerazione dei cambiamenti; può indurre, direttamente o indirettamente, ad una loro correzione; può costituire un fattore di sviluppo, di crescita e di “competitività”.
Per comprendere lo stato della giustizia nel nostro Paese sotto l’indicato profilo è fin troppo facile ricordare l’elevato numero di ricorsi pendenti contro l’Italia presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Basti pensare che alla data del 31 dicembre 2007 l’Italia era al settimo posto della classifica dei Paesi in quella sede convenuti, con 2900 processi pendenti, così come estremamente significativo è ricordare come la gran parte di essi riguardi per l’appunto la durata eccessiva dei processi, che come si è visto costituisce il sintomo primo del non soddisfacente funzionamento del nostro sistema giudiziario.
Molte probabilmente le cause delle principali disfunzioni del nostro sistema giudiziario. Volendo molto sommariamente ricordarne alcune non può non farsi in questa sede riferimento a:

  • Una produzione legislativa sempre più alluvionale, che da troppo tempo ha perso quei caratteri di sistematicità, di generalità e di astrattezza che avrebbero invece dovuto contraddistinguerla. Basti pensare alle ultime leggi finanziarie e agli interventi censori al riguardo posti in essere anche dal Capo dello Stato.
  • L’abnorme quantità di processi che quotidianamente si riversa nelle aule di giustizia, in conseguenza, sul fronte della giustizia penale, di un eccessivo ricorso alla sanzione penale, e sul fronte della giustizia civile, di un’elevata litigiosità, spesse volte indotta anche dall’enorme e sproporzionato numero di avvocati che esercitano la professione nel nostro Paese, oltre che di fenomeni di vero e proprio abuso del processo.
  • L’eccesso di garanzie che oggi contraddistingue il nostro sistema processuale, e in special modo quello penale, e il profluvio di riti previsti dal legislatore in materia civile, con il rischio che spesse volte presenti maggiore difficoltà l’individuazione della procedura da seguire che non la risoluzione della questione controversa.
  • Le sempre più ridotte risorse economiche disponibili per le esigenze della giustizia: ad una percentuale del bilancio dello Stato destinata alla giustizia, oscillante negli anni tra l’1 e l’1,5%, corrisponde negli ultimi venti anni la triplicazione delle cause civili arretrate, e il raddoppio dei procedimenti penali pendenti in primo grado.
  • La cattiva distribuzione dei giudici e del personale giudiziario in genere sul territorio, e più in generale la dimensione degli uffici: I giudici italiani sono complessivamente, tra togati e onorari (e senza contare i magistrati tributari) circa 20.000, pari a 1,39 ogni diecimila abitanti, contro una media dello 0,91 negli altri Paesi europei, dove pure i processi durano molto meno. Il numero complessivo dei magistrati deve ritenersi pertanto adeguato alle esigenze del Paese e non suscettibile di ulteriore aumento. Va però rivista la geografia giudiziaria del Paese, sopprimendo, almeno laddove non sussistano particolari esigenze di conformazione del territorio e di difficoltà di collegamenti, uffici giudiziari che non hanno più alcuna ragione di sopravvivenza, la qual cosa in particolare è a dirsi per taluni Uffici del Giudice di Pace. A questo proposito non sarà superfluo ricordare che la Commissione tecnica per la finanza pubblica ha recentemente affermato che la produttività del magistrato risulta in larga misura proporzionata alle dimensioni dell’Ufficio in cui esso opera, e ciò, oltre che per diversi fattori organizzativi, per le rilevanti economie di specializzazione che è possibile realizzare negli uffici di media e grande dimensione.

Se questi sono i problemi è evidente che le risposte che essi attendono sono prevalentemente di competenza di altre istituzioni dello Stato, e in particolare del legislatore dal quale sembra legittimo aspettarsi, diversamente da quanto verificatosi nel più recente passato, riforme specificamente mirate sul recupero di efficienza del nostro sistema giudiziario, piuttosto che su altri aspetti del nostro ordinamento.
In particolare appare senz’altro necessario:

  1. sviluppare una maggiore consapevolezza in ordine al modello di magistrato previsto dal nostro ordinamento, e ai confini che lo connotano, favorendo il recupero di professionalità indispensabile per assicurare il rispetto di quei confini;
  2. assicurare al tempo stesso da parte del C.S.M. e dei Consigli Giudiziari quella vigilanza indispensabile su questo delicato versante dell’attività giudiziaria, al fine di evitare abusi e comunque situazioni di palese inadeguatezza. Anche in materia penale molti problemi palesatisi negli ultimi tempi per l’esercizio apparso talvolta arbitrario del potere giudiziario nell’adozione di misure di custodia cautelare, o nell’adozione di provvedimenti caratterizzati da motivazioni sovrabbondanti, invasive della privacy di soggetti addirittura estranei all’inchiesta, potrebbero, e anzi dovrebbero trovare rimedio, oltre che, se del caso, in sede disciplinare, in una più puntuale e rigorosa valutazione della professionalità dei magistrati, condotta sulla base dei provvedimenti adottati, e quindi anche sull’esito dei processi avviati e dei giudizi nell’ambito degli stessi espressi, secondo del resto quanto dal legislatore oggi previsto con il d. lgs.vo n. 160/2006;
  3. ricercare, per quanto possibile, una sempre maggiore chiarezza e uniformità nell’elaborazione degli indirizzi giurisprudenziali;
  4. prestare la massima attenzione nell’organizzazione e direzione degli uffici, al fine di garantire una migliore utilizzazione delle risorse disponibili. A questo riguardo occorre promuovere finalmente una seria cultura dell’organizzazione, che sia sufficientemente attenta all’analisi dei tempi e dei costi delle procedure e alla ricerca degli indicatori di efficienza degli uffici.
  5. nella medesima direzione occorre cogliere e valorizzare i primi segnali di buona organizzazione, da considerare come vere e proprie “best practices” da esportare negli altri uffici giudiziari: è un dato di fatto inequivocabile quello che vede la durata dei processi assumere un andamento molto diverso a seconda delle Corti di Appello. A parità di regole, in alcune il tempo medio di definizione delle procedure è addirittura il triplo di quello che si registra per lo stesso tipo di procedure in altri uffici giudiziari, così che è di intuitiva evidenza che, prima ancora di scrivere nuove norme per l’efficienza, si impone l’applicazione in tutti gli uffici giudiziari di quei modelli organizzativi che risultino maggiormente efficienti.

A tale riguardo assoluta priorità va assicurata alla necessità di adeguare l’organizzazione e le procedure alle nuove tecnologie disponibili, sfruttando quanto più è possibile le straordinarie potenzialità dell’informatica, nella prospettiva, oramai concreta, di giungere presto a un “processo telematico”.
In proposito sembra ragionevole ritenere che l’adozione sistematica dello strumento tecnologico fornito dalla “consolle del magistrato” – una sorta di agenda informatica contenente tutti i possibili dati utili sia per il giudice che per la cancelleria e gli avvocati – potrà spiegare effetti positivi non solo sul singolo processo ma anche sulla gestione del ruolo del giudice e sulla organizzazione del lavoro delle sezioni civili.
Sul diverso fronte della giustizia penale la valorizzazione degli strumenti informatici, ad esempio con l’informatizzazione del fascicolo cartolare e la gestione condivisa di una cartella informatica tra gli uffici del P.M. e del G.I.P., del Tribunale e della Corte di Appello, certamente potrà sortire effetti acceleratori, con sensibili miglioramenti in termini di efficienza e di qualità del lavoro.